Vogliamo più Europa, ma cambiamo l’Europa

È diventato quasi generalizzato un discorso sulle prossime elezioni europee che suona più o meno così: la vera sfida sarà tra europeisti e anti-europeisti (o sovranisti come oggi si usa dire). Difficile negare che ci sia del vero in questo discorso, ma io penso che dal punto di vista degli europeisti sia un ragionamento profondamente sbagliato. Perché il tema non è solo combattere le posizioni negative, ma riflettere seriamente sul progetto europeo. Anche dividendosi, se necessario, su come portarlo avanti. La cosa più pericolosa è pensare all’Europa come qualcosa di ovvio e scontato.

Oggi più che mai occorre rendersi conto che l’Europa non è un dato di fatto: non è difficile constatare come non abbia evidenti basi comuni di lingua, storia, cultura, identità. I popoli europei stanno insieme solo se si accordano su un progetto condiviso per il futuro.

L’Europa degli ultimi decenni ha seguito linee quanto meno controverse: non è un caso che l’Unione europea “reale” si sia attirata molte contrapposizioni, soprattutto con l’immagine perdente dell’austerità. Quindi potrebbe e dovrebbe essere un messaggio forte quello che dica: l’Europa è necessaria, ma apriamo un dibattito franco su “quale Europa” oggi vogliamo, cambiando coraggiosamente strada.

Citiamo alcune priorità essenziali in ordine sparso. Occorre più democrazia europea, con chiara possibilità per i cittadini di pesare sulle scelte per legittimare quello che fa l’Europa: non basta infatti mettere in luce tutti i vantaggi dell’Ue se vengono avvertiti come lontani e affidati a una “banda” di tecnocrati. Occorre rilanciare un discorso sul metodo di rapporto tra gli Stati (metodo inclusivo e cooperazione invece che egemonie e imposizioni, anche verso l’esterno: si pensi al Mediterraneo inquieto). Occorre dire con chiarezza che solo l’Europa ha la forza, le dimensioni e la potenza politica della moneta comune per dar vita a un grande progetto espansivo dell’economia, collegato a un modello sostenibile, per far uscire finalmente il continente dalla crisi (oltre il modesto piano Juncker di investimenti). Occorre riprendere l’originale modello sociale europeo che è stato recentemente proclamato con il timido “pilastro sociale” dell’Ue: una società che mira a integrare i perdenti lottando contro le diseguaglianze eccessive e governando l’economia, oltre l’individualismo anglosassone o il “collettivismo” asiatico.

Insomma, l’Europa è davvero una necessità per il nostro futuro. Ma occorre spiegarlo presentando la capacità europea di rispondere a un problema politico reale. Dopo la crisi del 2008 e la “grande stagnazione” successiva, noi conosciamo un mondo in cui i giganti come Stati Uniti e Cina hanno rilanciato una statualità solida per governare la globalizzazione (bene o male che lo stiano facendo). Un appello forte in questa direzione oggi è più che mai opportuno: l’Europa non può mancare al tavolo, portando una voce non neutra, ma qualificata sulle linee sopra accennate. Occorre ribadire che non c’è futuro per piccoli-medi Stati europei, se si isolano stizzosamente tra di loro nel mondo dei giganti. Il sovranismo senza sovranità reale è una beffa. La necessità dovrebbe muovere l’ingegno.

Guido Formigoni

Università Iulm Milano

[Il Sicomoro, 6/2019]

One Comment

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    Enrica

    Per me l’Europa continua ad essere un sogno da realizzare. Se pensiamo che nel 2019 i popoli sono accomunati, nel suo interno, da una moneta unica viene lo “scoramento”! I valori da accomunare sono ancora distanti: lingua, storia, cultura e scambi relazionali. Il futuro appartiene alle nuove generazioni; il compito “primario” genitoriale e degli educatori è quello di continuare a tracciare una strada unica che sia la base fondamentale di incontro.

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