Ue: “valore aggiunto” per i cittadini, impegno concreto per la fraternità fra i popoli

Ogni volta che ci avviciniamo a un appuntamento elettorale significativo – come sarà quello per il rinnovo del Parlamento europeo il prossimo 26 maggio – conviene sempre fermarsi un momento per fare il “punto della situazione”, guardarsi indietro per vedere se e quanta strada si sia fatta, cosa non sia andato per il verso giusto, impostare il lavoro per il futuro prossimo.

Fare il check-up in maniera oggettiva e senza pregiudizi è un esercizio utile e impegnativo che può favorire alcune correzioni di percorso e può aiutare a ripartire con slancio e creatività verso nuove mete e obiettivi, lasciandosi alle spalle gli aspetti più inutili e fuorvianti.

Questo esercizio vale maggiormente quando l’oggetto della verifica è una delle conquiste più importanti dell’ultimo secolo, quando riguarda da vicino il vivere insieme di interi popoli e nazioni.

È innegabile che da una decina d’anni a questa parte, l’Unione europea stia attraversando uno dei suoi momenti storici più difficili e complicati, che addirittura ne mettono in discussione l’esistenza e l’importanza. Ci troviamo di fronte a un bivio che può segnare la storia del nostro continente per i prossimi decenni: dopo 62 anni siamo davvero arrivati al capolinea dell’integrazione europea oppure abbiamo le forze e le capacità di ripartire correggendo i limiti e le storture di quella che, comunque la si pensi, rimane innegabilmente una delle più grandi idee partorite dagli uomini nel secolo scorso?

Nazionalismi di ritorno

Purtroppo, però, molte persone hanno la memoria corta e tendono a dimenticare presto quanto di buono sia stato realizzato, a partire dal mercato comune, dalla libera circolazione delle merci e dei lavoratori, alle politiche sull’agricoltura, agli aiuti alle regioni più povere, alla moneta unica. 

Movimenti e gruppi antieuropeisti stanno accrescendo i loro consensi, senza affrontare responsabilmente i problemi complessi che la società contemporanea mette di fronte, ma spargendo benzina sul fuoco delle sovranità nazionali, delle chiusure nazionalistiche, dell’odio verso il diverso e lo straniero. Diventa più che mai urgente che ai problemi sul tappeto (ritorno della povertà, mancanza cronica di lavoro, crisi economica, terrorismo, fenomeno migratorio senza precedenti) si diano risposte nuove e soddisfacenti, capaci di creare consenso, solidarietà, speranza.

La globalizzazione e le possibilità di scambi e relazioni sviluppatesi negli ultimi trent’anni hanno reso globali molte delle questioni politiche e sociali che interpellano costantemente le nostre coscienze e il nostro modo di pensare. Siamo spiazzati di fronte ai cambiamenti e alle novità, ma allo stesso tempo sappiamo perfettamente quali risultati e quali conseguenze scaturiscano dalle ricette sovraniste: le abbiamo già sperimentate alla fine del 1800 e per metà del ‘900 con risultati catastrofici e pericolosi. 

Nessun paese europeo può pensare oggi di competere da solo con i grandi colossi americano, russo e cinese, con le sfide che la tecnologia, la velocità di Internet e le comunicazioni impongono.

Solo una politica economica, una politica estera e una politica di difesa comuni possono rimettere l’Europa sul binario giusto del benessere e del progresso.

Integrazione, sviluppo e solidarietà

Il disegno di un’Europa unita nasce nel secondo dopoguerra, agli inizi degli anni Cinquanta, quando le nazioni uscite prostrate dal conflitto bellico decisero di mettere da parte odio e vendetta reciproci, e realizzarono un progetto comunitario che aveva come obiettivo principale quello di garantire la pace, fondamenta di qualsiasi sviluppo e progresso.

Tra le conquiste più importanti dell’Unione europea possiamo annoverare 70 anni ininterrotti di pace dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mai il continente europeo, nella sua storia ultramillenaria, aveva conosciuto un periodo così lungo senza guerre fratricide e senza lotte di ogni tipo sul proprio suolo: a sugellare tutto questo, nel 2012, l’attribuzione all’Ue del premio Nobel per la pace.

La storia dell’integrazione europea, lungo questi 62 anni (il Trattato di Roma che costituì la Comunità europea è del 1957), è fatta di alti e di bassi, di stop&go, di accelerazioni e frenate. Basti pensare che dalle 6 nazioni fondatrici (Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio) si è arrivati alle attuali 28. L’Unione europea «per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», un traguardo che diamo per scontato e che invece dobbiamo difendere con tutte le nostre forze.

Spesso è esercizio salutare quello di estraniarsi un momento dalle contingenze e «guardare dall’alto» le situazioni intorno a noi: ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle i benefici e le positività che la nascita dell’Unione europea ha reso possibili. Si tratta di miglioramenti e di un progresso mai visto nel corso della storia dell’uomo, che moltissimi altri Paesi in giro per il mondo ammirano con rispetto, sognano soltanto o guardano da lontano, magari soffocati da guerre, da dittature, da carestie di ogni genere.

Pace di generazione in generazione

«Unita nella diversità» è il motto dell’Ue, uniti si è più forti e più sicuri. Divisi e ciascuno per sé si è più deboli e più indifesi. 

Non possiamo non ripartire dalle giovani generazioni per rifondare il patto europeo: a partire dai giovani e con i giovani, dunque, dobbiamo cercare la nostra nuova misura di essere europei in questo tempo che ci è dato di vivere.

Il grande lavoro per cui oggi dobbiamo rimboccarci le maniche non è tanto quello di ricostruzione o di creazione da zero, ma un compito di innovazione e trasformazione di ciò che già esiste.

Per riunire l’Europa, per riaffermare i valori della fraternità e della solidarietà, c’è più da distruggere che da edificare: va gettato via un sottobosco di rancori, di pregiudizi, di nazionalismi, di interessi individuali, che spesso colpiscono ciascuno di noi, la nostra pigrizia e il nostro «quieto vivere».

La coscienza e l’integrazione europee più autentiche esigono che ogni atteggiamento individuale o collettivo sappia aprirsi alla comprensione degli altri e alla trasformazione personale, alla conoscenza degli altri Paesi, alla solidarietà e all’umanità più piene: «È contro questa funesta eredità di guerre civili, […] questo alternarsi di aggressioni e di rivincite, di spirito egemonico, di avidità, di ricchezza e di spazio […]; è dunque contro questi germi di disgregazione e di declino, di reciproca diffidenza e di decomposizione morale, che noi dobbiamo lottare!» (De Gasperi, 1951).

Per rinnovare e migliorare il sogno europeo, allora, sforziamoci e lavoriamo insieme per lasciare sempre un’eredità di democrazia e di difesa delle libertà che possa restituire a questo grande impegno politico il suo vero ideale spirituale ed umano: quello della fraternità fra i popoli e della solidarietà fra le persone, a qualunque nazione appartengano.

Alberto Ratti

Centro studi dell’Azione cattolica italiana

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