Ue in crisi? Il rilancio non verrà dagli “euroscettici”

Dopo quarant’anni di un Parlamento europeo ininterrottamente dominato da maggioranze di tipo consociativo tra popolari e socialisti, per la prima volta quest’anno i sondaggi danno in netta crescita in molti dei Paesi membri formazioni politiche euroscettiche o comunque intenzionate a far valere prevalentemente gli interessi delle rispettive nazioni. È necessario interrogarsi sulle ragioni di questa diffusa delusione per quello che in molti hanno indicato come il “sogno europeo”.

Tali ragioni, in verità, sono piuttosto evidenti. Nei confronti delle grandi questioni internazionali dell’ultimo decennio – la crisi economica che perdura dal 2008 e ultimamente un picco nei flussi d’immigrazione che, cominciata con la guerra in Siria, oggi con la Siria non ha nulla a che vedere – le istituzioni europee non sembrano essere state capaci di offrire risposte efficaci, anzi talora sono parse essere persino d’ostacolo alla loro soluzione: è sotto gli occhi di tutti la sorte toccata alla Grecia, oggi oggetto di tardivi messaggi di rammarico, mentre sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina e di ricollocamento dei rifugiati, l’apporto dell’Unione europea si è dimostrato pressoché irrilevante. Tristemente si è visto che, nel momento del bisogno, la tanto proclamata solidarietà si dissolve a favore del prevalere dei mai davvero tramontati interessi nazionali. Quelli che, in ultima analisi, fanno vincere le elezioni, in Italia come all’estero, e che perciò rimangono sempre in cima ad ogni agenda politica.

L’Unione europea, nata nel 1992 con il Trattato di Maastricht, è frutto di un’epoca di eccezionale ottimismo, che ci siamo lasciati ormai alle spalle. Fu la fine della guerra fredda a permettere la riunificazione tedesca, a consentire l’ingresso nel progetto di unificazione prima di Paesi neutrali come Austria, Finlandia e Svezia e poi – anche per un interesse americano che viene spesso disconosciuto – ai Paesi dell’Est, entrati nell’Ue in maniera contestuale a come aderirono alla Nato, quasi si trattasse della stessa cosa. Oggi quel mondo non c’è più: c’è stato l’11 Settembre, Cina e Russia sono due potenze in ascesa con cui si possono fare affari, e gli interessi dei popoli europei non sono più necessariamente coincidenti, sicché ritorna in vigore la legge della giungla: vince il più forte, il più ricco, il meglio armato, quello con le migliori relazioni diplomatiche.

L’ascesa nei sondaggi di partiti euroscettici o “populisti”, comunque, non prelude affatto alla fine dell’Unione europea, è semplicemente una fase alla fine di un ciclo storico. Intanto perché tale ascesa pare sì consistente, ma non decisiva; e poi perché confidiamo che l’Unione europea, come ogni grande istituzione, sappia adeguarsi ai tempi nuovi. La tanto invocata “Europa a due velocità”, surrettiziamente, c’è già, e il Trattato di Aquisgrana (tra Francia e Germania) da una parte e l’istituzionalizzazione del Gruppo di Viségrad (V4; Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Slovacchia) dall’altra, lo testimoniano (oltre a diversi altri accordi regionali come il Consiglio nordico, il Consiglio del mar Baltico, l’Iniziativa centro-europea…).

L’impasse si può risolvere in due modi. Il primo – quello inseguito vanamente fino a ora – è di creare un’efficace struttura sovranazionale capace di decidere in maniera univoca per tutti. Ma tale disegno si scontra con un sistema internazionale fondato sulla sovranità di Stati tutti superiorem non recognoscentes, da cui l’assurdità di una Commissione europea di ventotto membri e la richiesta di maggioranze qualificate assolutamente disfunzionali, specie se in presenza di governi legittimamente di diverso colore. L’altra alternativa, da una parte sempre negata, ma dall’altra perseguita privatamente, è di un’Unione cui siano delegate poche e chiare materie, lasciando agli Stati la libertà di decidere autonomamente su funzioni vitali: è questo quello che sembrano chiedere i “populisti”, ed è ovviamente l’unica cosa che possa accomunarli nella loro intrinseca eterogeneità (che in certa misura riguarda anche gli altri partiti europei: si pensi che Angela Merkel e Viktor Orbán sono ambedue nel Ppe…).

È triste assistere alla crisi di un progetto in cui s’è creduto, noi cristiani in particolar modo. Ma bisogna anche serenamente ammettere che l’alternativa a un’Unione europea più integrata non è necessariamente la guerra fratricida, come qualcuno millanta, o una pioggia di dazi, che nessuno desidera, e lo dimostrano le ottime relazioni che normalmente intratteniamo con tanti Paesi terzi.

Alle indiscutibili grandi libertà cui l’Europa ci ha abituato certamente nessuno intende rinunciare, per cui conviene rimanere fiduciosi. E a quel che non funziona in un modo o nell’altro si porrà rimedio, correndo anche il rischio, come sempre, di far peggio.

Andrea Dessardo

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