Solidarietà e democrazia: le incognite sul voto e lo stallo sui Trattati

Sono importanti le prossime elezioni europee? Avranno una reale incidenza sul futuro dell’Unione? Siamo arrivati ad un punto di svolta del percorso di integrazione (…tanto a iniziarne uno opposto di disintegrazione)? Interrogativi che accompagnano questi ultimi giorni di campagna elettorale per le elezioni del Parlamento europeo.

Se si rileggono i dibattiti che hanno preceduto le elezioni europee nel passato si ritrovano posizioni che evocano le domande iniziali. Ci si è spesso divisi intorno a questo strano “mostro” giuridico. È la natura stessa della Comunità economica europea, poi della Comunità e ora dell’Unione che rimette in discussione sempre i suoi fondamentali. Come l’ha definita la Corte Ue, essa è un’istituzione “unica nel suo genere” e pertanto, ad ogni passaggio, rischia di mutare la natura.

Una prima risposta alle domande in esergo è dunque che, anche in queste elezioni, dobbiamo essere tutti attenti (e responsabili) del momento che viviamo. Certamente il voto sarà fondamentale. Lo sarà per quei due aspetti contraddittori che l’Unione stenta ad assumere a sé a motivo della reticenza degli Stati e che, fin dal pensiero dei fondatori, dovevano essere il “secondo tempo” del percorso di integrazione: democrazia e solidarietà.

Su questi due punti il prossimo Parlamento – come sempre avvenuto, in particolare dalla Commissione Delors (1985-1995) ad oggi – potrà essere cassa di compensazione e influenza nei confronti dei capi di Stato e di Governo che sembrano invocare e talvolta rifugiarsi dietro il veto degli altri leader su possibili riforme strutturali dei Trattati.

Democrazia significa spostare definitivamente il baricentro delle istituzioni sul Parlamento. Significa anche ridare centralità alle parti sociali europee mediante il dialogo sociale, uno strumento ancora recentemente invocato, ma frustrato dalla Commissione Junker: quella centralità che ha garantito la fase massima di espansione delle politiche sociali europee – almeno in termini di riconoscimento dei diritti – che avvenne tra gli anni ‘80 e metà dei 2000. Democrazia, infine, significa rendere finalmente più responsabili (ancorché non discrezionali) istituzioni che hanno assunto per statuto una terzietà nociva – e nella sostanza politica – come la Banca centrale europea.

Il futuro dell’Unione è certamente legato a forme di solidarietà, ovvero – per dirla in modo sintetico – al procedere o meno nella maggiore condivisione non solo di uno spazio di libero scambio tra i nostri Paesi, ma anche di una linea comune di redistribuzione di opportunità capace di non lasciare nessuno – né persone né interi popoli – indietro. Su questo la strada è ancora lunga, ma non priva di tracciato. È lunga perché ancora abbiamo tanti sistemi di Welfare quanti sono gli Stati membri e siamo ancora lontani dal promuovere politiche europee di coesione, come avviene ad esempio nel campo delle politiche attive del lavoro. Timidi passi sono stati fatti in questa legislatura: si pensi alla discussione sul Pilastro sociale europeo che però ha prodotto una sola raccomandazione poco innovativa rispetto alla protezione già in precedenza garantita. Molto c’è ancora da fare però per interrompere quella “rotta di collisione” – per usare le parole di Maurizio Ferrera – tra Welfare e politica di bilancio che ha portato, certo, qualche benefico di ordine fiscale ai conti pubblici, ma indubbie (e, pensando al popolo greco, inaccettabili) sofferenze sociali.

Democrazia e solidarietà sono da settant’anni il campo di progressiva integrazione dell’Unione: il mercato economico comune, fin dal Secondo dopoguerra, era stato considerato come un presupposto in vista della costruzione di un’Europa democratica e solidale. Ora siamo a un punto cruciale per realizzare questa “seconda fase” e il Parlamento – che conta una rappresentanza proporzionale alla popolazione europea – potrà essere una spina al fianco del Consiglio per sbloccare gli immobilismi.

Non bisogna però dimenticare un dato essenziale per capire “in che modo” sarà importante il voto: oggi è il Consiglio europeo – ovvero quell’istituzione in cui siedono i Governi degli Stati – che detiene il potenziale più distruttivo per l’Europa.

È stata la stessa Commissione – in un libro bianco del 2017 “sul futuro dell’Unione” – a metterci in guardia: si afferma che è realistico pensare a cinque possibili e alternativi scenari per il futuro dell’Unione che vanno dal “facciamo di più insieme” al “torniamo indietro”. Nel mezzo, tra lo scenario più fosco e quello più ottimistico, la Commissione prevede che vi sia la possibilità per alcuni Stati di procedere verso una “cooperazione rafforzata” su singole materie: in altri termini, visto lo stallo nel procedere a una integrazione unitaria, ciascuno Stato si accorda liberamente con alcuni altri su aspetti che più soddisfano i rapporti bilaterali. Gli altri Stati, se vorranno, potranno aggregarsi.

Questo appare lo scenario più realistico dei prossimi mesi: singoli Paesi che decidono di rafforzare la loro partnership.

Il processo è già in atto, basti ricordare il Trattato di Aquisgrana (gennaio 2019) tra Francia e Germania in cui si avvia una difesa comune e si afferma esplicitamente che i due Paesi si accorderanno previamente su ogni decisione dei vertici europei… a discapito ovviamente del multilateralismo. In questo caso l’immaginazione della Commissione (esplicitata nel Libro Bianco) è stata superata dalla realtà: con il Trattato siglato tra Francia e Germania non ci troviamo entro il diritto europeo, ma di fronte a un accordo internazionale tra due Paesi che influisce sul futuro dell’Europa.

Perché ciò avviene? Perché, secondo la procedura di revisione dell’art. 48 del Trattato sull’Unione europea, è solo il Consiglio europeo all’unanimità che può modificare i Trattati – non il Parlamento! – e ciò, stante le profonde fratture tra i governi, oggi impedisce ogni modifica.

Questa complessiva situazione purtroppo rischia di relativizzare il voto per il Parlamento e di dare maggiore peso (e qualche angoscia) alle elezioni nei singoli Stati, a partire dalle elezioni autunnali in Grecia.

Il Parlamento non può modificare da solo i Trattati, ma può molto – e molto ha potuto – nel sollecitare e, con piccoli avanzamenti, indirizzare il processo europeo. Può poi – e questa potrà essere la sua più importante funzione nella prossima legislatura – provare ad armonizzare il futuro dell’Ue limitando quel “liberi tutti” rappresentato dagli accordi bilaterali tra gli Stati. Sarà un compito non immediatamente e percepibilmente incisivo, ma indubbiamente decisivo per la tenuta unitaria di un progetto comune. Per questo è necessario andare a votare ed esprimere la propria preferenza per i candidati che – sul progetto democratico e sulla solidarietà – esprimono un pensiero affine a ciascun elettore.

Andrea Michieli

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