Seggi aperti – Alla ricerca di una nuova governance globale: quale ruolo per l’Ue?

Quando nel 1957 nasceva a Roma la Comunità economica europea gli scenari globali erano già dominati da una pace armata, “sospesa” in equilibri assai delicati fra il blocco occidentale e quello orientale. Una profonda cicatrice (il c.d. sipario di ferro) pronta a ribollire in ogni angolo del mondo, anche alla sola semplice evocazione dello Spettro: l’uso degli armamenti nucleari.

Nei poco più di 60 anni di vita dell’Unione, l’equilibrio bipolare è venuto drammaticamente meno; nel frattempo, altri e persino più impegnativi scenari hanno occupato preoccupazioni e pensieri dei popoli della Terra. In primis, l’ormai indifferibile problema del rapporto fra la presenza umana e il pianeta che la ospita, nella cruda e impietosa rappresentazione dei numeri: quasi otto miliardi di persone che vanno sempre più concentrandosi nei centri urbani; lo scioglimento dei ghiacci (nella regione artica a un ritmo del 12,8% ogni dieci anni) e dei ghiacciai (Groenlandia e Antartide ne perdono circa 127 miliardi di tonnellate all’anno, a partire dal 2002); l’innalzamento del livello dei mari (più di 8 centimetri dal 1993); l’aumento della temperatura media globale (1° C negli ultimi 50 anni), solo per citare alcuni fra i principali dati.

A questi, poi, vanno aggiunti più “tradizionali” problemi, per i quali il cambiamento climatico fa da moltiplicatore: quello, sempre più urgente, della iniqua distribuzione della ricchezza fra i popoli, intesa in senso lato e, dunque, comprensiva anche del livello di tutela del diritto alla salute, o all’istruzione, o al lavoro ecc.; i conflitti armati e, più in generale, la violenza politica; i massicci movimenti di popolazione, dei quali nei paesi occidentali, e in Europa in particolare, arriva solo una minima parte.

Un tempo sarebbe stato quasi “inutile” evidenziare quanto il processo di integrazione abbia contribuito alla soluzione, di certo non definitiva, dei problemi cui si è fatto breve cenno. Tuttavia, sentimenti diffusi di malcontento, alimentati da forze politiche prive di scrupoli che obliterano la memoria di ciò che questo continente ha vissuto, inducono a fare un esercizio di recupero.

L’integrazione europea ha significato, in primo luogo, pacificazione, tramite lo strumento, innescato dalla rivoluzionaria intuizione di Jean Monnet, del mercato comune. Intorno a questo, poi, si è sviluppata una straordinaria forza gravitazionale che, disciplinata dalla Corte di giustizia dell’Unione con l’aiuto di Commissione e Parlamento europeo, ha portato oltre la comunità meramente economica, fino a conquiste come i diritti fondamentali e la cittadinanza europea.

Dove il processo di integrazione ha fallito è, invece, nella scarsa incidenza delle sue politiche sociali ed economiche, nella cattiva gestione della crisi migratoria, nella inconsistenza della sua politica estera. E qui sta il punto, perché precisamente in queste competenze così delicate l’Unione ha una capacità di movimento politico molto ridotta, rimanendo legata fortemente alla volontà degli Stati membri, i quali, del tutto trasversalmente, hanno messo davanti a quelli comuni i propri interessi, che li hanno guidati nelle loro scelte interne come, soprattutto, in quelle fatte nelle sedi europee. Il dito puntato verso l’Europa (cioè, l’Unione) non solo non coglie il bersaglio, ma volutamente sposta la responsabilità della mancata soluzione di molti dei problemi che oggi affliggono il nostro continente dagli Stati membri alla loro creatura. L’Unione europea è, ancora oggi, figlia delle scelte statali, nonostante il significativo grado di autonomia che essa possiede.

Deve essere evidente che, nello scenario internazionale, ciascuno Stato membro, singolarmente, verrebbe polverizzato da colossi molto più solidi (gli Stati Uniti) e da altri che lo stanno rapidamente (ri)diventando (la Cina e la Russia), ai quali, tutti, farebbe molto comodo una Unione più fragile. Tuttavia, l’Unione sarà più forte e in condizioni migliori per proteggere gli interessi della propria comunità solo nella misura in cui si svincoli il più possibile dalla volontà politica dei suoi Stati membri. Sui quali, in ultima analisi, ricade dunque la scelta di soffocare disuniti in una ribalta internazionale insostenibile, finendo per percorrere il “duro calle” delle altrui scale, oppure di affidarsi più convintamente al processo di integrazione, anche a costo di lasciare indietro i più recalcitranti fra loro. Una partita nella quale l’esito delle prossime elezioni del Parlamento europeo potrà giocare un ruolo importante: un segnale chiaro a chi si nasconde dietro i fallimenti dell’Unione, e cioè i suoi Stati membri, i suoi padroni.

Francesco Cherubini

Consiglio scientifico Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”

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