Ripensare gli europei

Anche chi sostiene che l’esito delle prossime elezioni in Italia non stravolgerà la maggioranza filoeuropea di Strasburgo, non ha forse afferrato come la genesi del problema è di natura culturale: l’incapacità dell’uomo europeo di esprimere modelli comunitari solidali e inclusivi. La crisi d’Europa reclama la nascita di nuove forme di umanesimo, capaci di superare nei fatti l’individualismo degli ultimi decenni

Angiolo Boncompagni

Parafrasando un’efficace sintesi di Woody Allen, si può dire che nel 2019 Dio è morto, Marx è morto e anche l’Unione europea non si sente molto bene. Tutti conoscono a memoria i meriti del processo di integrazione. Il tema più urgente, invece, è come si debba ripensare a fondo, oggigiorno, le ragioni di tale processo: i fatti dicono che la casa comune è percepita come inadeguata alle sfide della quarta rivoluzione industriale seguita alla grande contrazione del 2008, quando la giovane moneta unica aveva già manifestato elementi contraddittori e divisivi.

Lungi da inopportuni trionfalismi, come pure da un disfattismo confezionato ad arte da detrattori interessati, chiunque continui a dirsi europeista viene perciò chiamato a compiere un lucido esercizio di  consapevolezza: quali i limiti e le inadeguatezze dei cittadini europei di fronte alle sfide, regionali e globali, che hanno raggiunto una accelerazione inedita e impressionante?

Da un lato, è chiaro che populismo e nazionalismo costituiscano un arretramento significativo dalla visione dei padri fondatori, quella di un sistema fondato su solidarietà di fatto e immaginato per vincere le degenerazioni dell’autarchia nazionale sfociata nelle guerre mondiali. D’altro canto, già oggi, alcuni governi formalmente europeisti trascurano responsabilità collettive derivanti dalle politiche interne. Altri preferiscono defilarsi per evitare i costi di un cammino comune, rinunciando anche ai maggiori vantaggi che deriverebbero dal restare. Paradossale, poi, il nazionalismo dell’Est, che dicono essere reazione tardiva al centralismo sovietico forse reincarnato da Bruxelles. Mentre i maggiori attori esterni – Usa, Russia e Cina – hanno tutto l’interesse a soffiare per l’affossamento di un competitor importante. Insomma, nazionalismo e populismo sono già adesso all’opera sotto varie specie rivelando di non rappresentare la soluzione ma la causa dei mali.

Prigioniera della spirale individualista

Di converso, passando dai governi ai popoli, appare sterile la tentazione di demonizzare gli elettori dei partiti nazionalpopulisti. Potrebbe invece risultare utile indagare sui bisogni profondi dei cittadini che determinano tali scelte e come mai gli attori tradizionali facciano fatica a contenerle. Partito popolare europeo (Ppe) e Socialisti & democratici europei (S&d) continuano dal 1979 a dominare il parlamento di Strasburgo, come pure il sogno europeo, ma, dopo il crollo delle ideologie novecentesche, la loro identità culturale si direbbe perlomeno appannata.

Il voto a forze antisistema può allora essere letto – qui è il punto – come sintomatico del malessere di una coscienza sociale caduta prigioniera della spirale individualista. L’avvelenamento dei rapporti interpersonali e comunitari seguitone, l’insinuazione di sfiducia, sospetto e chiusura che ne sono derivati e che caratterizzano ormai ogni ambito della vita civile sono sotto gli occhi di tutti. La clamorosa questione dei migranti è, al riguardo, emblematica e mediaticamente efficace. 

Le ragioni di un grande progetto

Si può ben dire, tuttavia, che molteplici fenomeni patologici siano connessi, in ciascun paese europeo, al venir meno di solidarietà interne alle comunità nazionali, a vari livelli: intergenerazionale, territoriale e sociale. O, molto più semplicemente, che siano da ultimo determinati da una crescente indifferenza verso l’altro da me, giustificata dalla presunta minaccia alla rocca dei propri interessi economici, merce preziosa in periodo di crisi.

Nel 2019, quindi, non basta più sostenere che l’Unione europea abbia semplici problemi di architettura istituzionale o di leadership visionaria, né è sufficiente parlare di deficit democratico come soluzione a un rapporto patologico tra cittadini e istituzioni: non esiste infatti al mondo un organismo sovranazionale altrettanto capace di partecipazione dal basso. Anche chi, con facile calcolo, sostiene che l’esito delle prossime elezioni in Italia non stravolgerà la maggioranza filoeuropea di Strasburgo, non ha forse afferrato come la genesi del problema sia piuttosto di natura culturale: l’incapacità dell’uomo europeo di esprimere modelli comunitari che siano solidali e inclusivi. 

La crisi d’Europa reclama infatti la nascita di nuove forme di umanesimo, capaci di superare nei fatti l’individualismo degli ultimi decenni, ricreando relazioni solide e non liquide nei mondi vitali di sempre: famiglia, lavoro, scuola, amministrazioni, finanza e sanità, ad esempio; in una prospettiva al tempo stesso comunitaria, collaborativa e comprensiva. Bisogna riscoprire, dunque, le ragioni di un grande progetto collettivo di sviluppo, pragmatico e non ideologico, fondato sulla generosità dei singoli e dei gruppi più che sul profitto incondizionato, e in grado di valorizzare in tal modo il potenziale di capitale umano, culture plurali e innovazione di cui l’Europa continua a essere leader globale. Potrebbe essere proprio questo l’auspicato cambio di paradigma che ci aiuterà a riporre l’umanità e i suoi autentici bisogni al posto che le spetta, al centro di un progetto ormai troppo scivolato su altro.

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