L’Europa delle migrazioni e della (in)sicurezza

Nell’Europa del XXI secolo, quell’Europa la cui storia poggia le sue fondamenta sulla mobilità delle persone, parlare di migrazioni significa troppo spesso affrontare un tema che scatena la percezione di una minaccia, alla quale certamente contribuisce l’enfasi mediatica e politica che da anni, ormai, accompagna la narrazione dei flussi di migranti e richiedenti asilo diretti nell’Unione europea.

Certamente la frattura storica rappresentata dall’11 settembre 2001 ha ridisegnato gli equilibri internazionali e contribuito in maniera determinante alla lettura della mobilità umana come fattore di possibile destabilizzazione economica, politica, sociale e culturale. È questa l’origine dell’associazione avvenuta nella politica interna di molti Paesi occidentali, e dunque anche europei, tra il tema delle migrazioni e quello della sicurezza: blindare i confini nazionali, irrigidire le norme sul soggiorno degli stranieri e allestire presidi militari nelle stazioni ferroviarie sono tra le misure più comuni e diffuse per aiutare i cittadini a sentirsi “sicuri”, al riparo, cioè, dai pericoli legati all’afflusso di popolazione migrante. Questo è quanto abbiamo visto in tanti Stati dell’Unione europea, Italia compresa, dove lo scorso inverno è diventato legge un decreto noto proprio come “Immigrazione e sicurezza”.

Ma nessuna misura legislativa avrebbe il potere di scuotere e orientare l’opinione pubblica verso soluzioni poliziesche se alla base non ci fosse una deriva culturale, che è ben più preoccupante e contro la quale abbiamo tutti il dovere di spenderci, perché in gioco c’è il corso della storia, il futuro delle nostre comunità, il destino dei nostri figli e fratelli.

Quella che dai media viene tratteggiata come una crisi migratoria è in realtà una crisi culturale, dovuta alla fatica di scorgere dietro i movimenti di popolazione un bisogno di vita e di umanità, la naturale ambizione – che è connaturata all’essere umano – a un’esistenza dignitosa e felice per sé e per la propria famiglia, il sacrificio di abbandonare la propria comunità per affrontare tutti i rischi connessi all’innesto in una nuova, etnicamente e linguisticamente diversa.

L’Europa degli ultimi vent’anni è profondamente scossa da questa crisi, che ne ha messo a nudo i limiti e le fragilità ma anche una delle sue più grandi potenzialità: quella di potersi presentare essa stessa come la risposta a questa grande emergenza culturale. L’Ue è, infatti, figlia di un progetto politico lungimirante che vede la luce all’indomani della devastazione portata sul continente e altrove nel pianeta dalla Seconda guerra mondiale, basato sull’idea che niente possa garantire la sicurezza come la pace tra i popoli, la reciproca solidarietà, la coesione e lo sviluppo comune.

L’Unione europea è sinonimo di “noi”, è la strada da percorrere per costruire insieme comunità sicure perché solidali, non perché recintate.

Abbiamo davanti molte possibili strade per dare un corso nuovo a questa Europa, perché sia coraggiosa e umana, accogliente e pacificata; sta a noi scegliere quella che davvero guarda a questo obiettivo e non rinunciare a dare il nostro contributo di cittadini europei, che si esprime nella vita quotidiana come nelle urne.

Nadia Matarazzo

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