La nostra Europa: Oltre i confini, spirito europeo

Che cos’è l’Unione Europea? Una struttura politica, certo, ma prima di tutto un’alleanza di popoli. Un insieme di regole, doveri e diritti, anche. Ma ancora di più, un incontro di persone. Vogliamo iniziare il nostro viaggio nell’Europa di oggi proprio da alcune storie: quelle di giovani che per un periodo di tempo lasciano l’Italia e vivono in altri Paesi per motivi di studio e lavoro. Con fatiche e bellezze, proprio come nel cammino dell’Unione. Ecco i racconti di Luisa, Erminia, Laura e Andrea: sono anche loro, come tanti altri ragazzi e ragazze, a “fare” l’Europa.

Storie di giovani fuorisede /1

Luisa Bellomo ha vissuto l’Erasmus a Warwick (Inghilterra)

Una sera ero in cucina a parlare con Eliott, il mio coinquilino francese, di politica italiana e delle proteste che stanno agitando la Francia, quando lui, di punto in bianco, si gira verso Jess, cittadina britannica, e le chiede: «Ma tu sei europea?». La risposta, «No», ci ha lasciati perplessi, e dopo averle fatto notare che, per lo meno fino al compimento della Brexit, anche lei è europea a tutti gli effetti, abbiamo cercato di capire come mai non ci avesse pensato prima. Da settembre a marzo sono stata in Erasmus alla University of Warwick, nel centro dell’Inghilterra. Ho vissuto in una delle residenze del campus, insieme a sedici ragazzi sotto i vent’anni ai quali ho inutilmente spiegato come cucinare la pasta, e partecipo a lezioni di storia dell’arte molto interattive a cui non sono affatto abituata. Il progetto Erasmus è forse la più famosa tra le proposte europee per i giovani: un’occasione per studiare o lavorare all’estero per alcuni mesi, incontrare altre persone e le loro culture, finanziata e regolamentata dall’Europa. Per molte persone Erasmus è stata l’esperienza che li ha fatti innamorare dell’Europa, che gli ha fatto vivere un continente senza frontiere e che offre infinite possibilità. Per me invece questa passione è iniziata tra le fila del Movimento studenti di Ac, grazie agli European Day, agli incontri sulla storia e gli organi dell’Ue, alle infinite discussioni in classe per saperne un po’ di più; non avevo certo bisogno di un periodo all’estero per amarla. E invece mi sono ritrovata qui, a 26 anni, in una università in cui quasi un terzo dei suoi studenti sono internazionali, a non “sentire” affatto lo spirito europeo. Perché le differenze culturali ci sono, non solo con i cinesi o gli indiani, ma anche con gli spagnoli. Perché gli inglesi con cui ho parlato si sentono prima di tutto inglesi, forse perché vivono su un’isola che ha sempre mantenuto una certa autonomia un po’ snob. Ma anche perché sto sperimentando un senso di comunità che va oltre le differenze e le rende ricchezza: il mio posto preferito nel campus è la chaplaincy, la cappella multi religiosa, un luogo dove tutti sono i benvenuti, qualsiasi sia la loro fede, dove si può mangiare, pregare, chiacchierare, e anche lavorare a maglia! In fin dei conti, il grande dono che mi sta facendo l’Europa è proprio quello di poter superare i suoi stessi confini.

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