La nostra Europa: Un difficile equilibrio tra spinte contrastanti

Storie di giovani fuorisede /2

Erminia Foti è attualmente lettrice di italiano presso l’università di Debrecen (Ungheria)

Gli studenti entrano in aula assonnati: d’altronde, seguire un corso sulla Costituzione italiana alle 8 di mattina non dev’essere facile. Rendere interessante la lezione è arduo, ma evito di sciorinare informazioni senza respirare e propongo un dibattito. Loro sembrano obiettare: in Ungheria i professori preferiscono ascoltatori passivi, ma dopo un po’ l’atmosfera si scioglie, e la lezione diventa un’occasione per parlare dell’Italia e, allargando gli orizzonti, dell’Europa. 

L’Ungheria rappresenta un ponte tra l’Europa orientale e quella occidentale, data la sua posizione geografica ma anche la sua storia, e questo genera spinte contrastanti. La percezione che si ha è che ci sia un conflitto tra l’apertura ad altre culture e il desiderio di conservazione della propria identità: pochi parlano inglese, perfino a Budapest, e se si deve acquistare un biglietto lontano dalla capitale è meglio munirsi di una buona dose di pazienza e di efficaci abilità gesticolatorie – che a noi italiani per fortuna non mancano. Anche il sentimento verso l’Europa è duplice: molti si sentono europei, ma la verità è che l’UE viene spesso percepita come un bancomat che fa comodo all’economia, mentre su questioni cruciali come quella dei migranti la discussione è fortemente polarizzata tra giovani e adulti. I primi, infatti, si sentono più europei dei loro genitori, e sono dunque più aperti a un’idea di Europa multiculturale; purtroppo, però, i salari eccessivamente bassi impediscono agli studenti di poter fare esperienze che permettano loro di sentirsi parte di una comunità europea. Le borse Erasmus aiutano, e per questo come facoltà cerchiamo di permettere a tutti di passare un semestre in Italia.

Nonostante ciò, la città offre qualche stimolo in più per gli abitanti: a Debrecen, infatti, studiano quasi 6000 studenti stranieri; a mensa, tuttavia, vedere spesso le persone ai tavoli divise per nazionalità fa capire come ancora le barriere linguistiche e culturali siano da abbattere. 

Si potrebbe pensare che le comuni radici cristiane possano essere il collante con gli altri Stati europei, ed è questa la retorica nazionale – a volte anche strumentalizzata; ma la verità è che pochissimi giovani ungheresi frequentano le parrocchie, e che a volte è quasi più semplice sentirsi, più che cittadini europei, cittadini del mondo. E come potrebbe essere altrimenti? Ogni volta che varco la soglia della piccola chiesa che frequento, Szent László, sento l’omelia di un prete che parla con forte accento tedesco, vedo una giovane cattolica indiana pregare levandosi le scarpe in segno di rispetto, canto il Santo in nigeriano e mi sento a casa.

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