INTERVISTA – Guetta: «Europa indispensabile ma serve un nuovo inizio»

Sull’Unione incombono nuvole basse. La rinascita dei nazionalismi e la disaffezione verso l’Unione (che necessita di riforme) non devono però far dimenticare gli indubbi successi conseguiti dal dopoguerra a oggi in ambito economico e politico, a partire da oltre 60 anni di pace. «Per dare un segno di speranza a coloro che credono nell’Europa spiega il giornalista e intellettuale francese Bernard Guetta bisogna dire che, dopo oltre sessant’anni, la nostra unità è più che un’ambizione: è qualcosa di indispensabile per la nostra sopravvivenza sulla scena internazionale»

di Luca Rolandi

La domanda che oggi i suoi cittadini e non solo le classi dirigenti si devono porre è questa: «Europa cosa diventerai? ». L’Europa «non esiste come stato di natura, ma deve esistere come frutto della nostra volontà. Né utopia né ideale romantico, ma convinzione realistica che deve farci pensare, per esempio, a una politica industriale europea, una difesa europea. Le radici di questa convinzione affondano in una rigorosa analisi dei fatti e, nel contempo, nel mio essere stato testimone diretto di rotture e ricomposizioni storiche». Con questa frase, che va al cuore del problema, Bernard Guetta, intellettuale francese, giornalista, editorialista e studioso di politica internazionale, introduce il nostro colloquio. L’obiettivo: riflettere sull’Europa di oggi e lanciare lo sguardo al futuro. Sullo sfondo le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio.

Tra meno di due mesi i cittadini europei rinnoveranno il Parlamento di Strasburgo: lo stato di salute dell’Ue è grave?

Molti pensano che sia arrivata al capolinea. Ma io credo, nonostante tutto, che non siamo davanti alla fine dell’Unione europea, per diversi motivi. Perché Brexit non fa certo invidia, perché troppi Stati beneficiano della solidarietà europea per pensare di perderla, perché nessun sondaggio lascia intendere la possibilità che in un paese si affermi una maggioranza favorevole all’uscita dall’euro o dall’Unione. E perché gli europei, governanti e cittadini, non sono così ciechi da non vedere che nel contesto segnato dal caos in Medio Oriente, da Trump a Putin, l’Unione si suiciderebbe se voltasse le spalle all’unità. Questo ragionamento risulta tanto più corretto se consideriamo che tutte le estreme destre europee hanno frenato gli slanci contro l’Europa per conquistare il potere o provare a farlo. Ormai la destra radicale parla di cambiare le politiche e il funzionamento dell’Unione anziché di uscire da quella che ha smesso di definire una “prigione dei popoli”. In questo senso l’Unione è più solida e meno contestata rispetto al passato, ma al contempo è soltanto l’ombra di se stessa, segnata da divisioni profonde, senza più la forza trainante della locomotiva franco-tedesca.

Immigrazione, situazione economica, rigore e sviluppo. In questo quadro manca il sogno dei padri fondatori, l’idea di una Europa sociale e dei popoli.

Le divisioni sono ben note e vertono tanto sul rafforzamento dell’eurozona quanto sulle politiche d’immigrazione. Gli ultimi Consigli europei, dove siedono i capi di Stato e di governo dei paesi membri, si sono conclusi con un falso consenso, puramente verbale e senza decisioni concrete. Non è così che l’Unione ritroverà energia. Nel frattempo la cancelliera tedesca Angela Merkel è contestata dalla destra e lascerà il potere una volta terminata la legislatura. In Francia Macron deve fare i conti con i gilet gialli, l’Italia è ostaggio delle politiche dei vicepremier Salvini e Di Maio, in un’inedita e improvvisata alleanza. Senza contare molti altri paesi, specie all’est, che sono pervasi da pericolosi populismi e sovranismi, con effetti deleteri sull’intero progetto europeo. Infine c’è il pericolo rappresentato da Donald Trump e Vladimir Putin, i due leader che vorrebbero fare la pelle all’Unione, e non aspettano altro che passare sopra l’ideale di una unità politica vera, mentre l’Europa si sfalda.

Cosa prevede che porterà il 2019 nel contesto europeo? Una rinascita o il proseguimento di una crisi politica profonda?

Sull’Unione incombono nuvole basse. L’Europa deve prepararsi per gli scenari peggiori con Trump in circolazione: all’interno delle sue frontiere, sempre più persone cominceranno a credere che soltanto un’autorità di ferro, dallo spirito antieuropeo e antiliberale, sia capace di fermare l’immigrazione. Vedo l’incendio all’orizzonte: la rinascita dei nazionalismi, la disaffezione verso l’Unione, il crescente rifiuto dell’idea stessa di unità delle nostre nazioni. Tuttavia, non avrei mai immaginato che il fuoco si sarebbe propagato così in fretta. Quello che il dopoguerra pensava di aver seppellito per sempre – frontiere, scontro fra identità nazionali e religiose, paura dell’altro e ripiegamento su di sé – torna e sta prendendo il sopravvento. Di elezione in elezione, sono sempre più numerosi coloro che si rifiutano di accettare che, da solo, nessuno dei nostri paesi è in grado di raccogliere le sfide di un mondo nuovo e che, volgendo le spalle all’unità, corriamo incontro al declino. So che con piccoli gesti si salvano non soltanto alcuni esseri umani, ma l’umanità tutta; che non ci si deve mai abbandonare alla disperazione, che non esistono né popoli buoni né popoli cattivi: esistono soltanto persone perbene e persone che non lo sono. Se vogliamo scegliere il nostro destino, dobbiamo dotarci di un potere pubblico grande quanto il continente, di uno strumento comune, di una volontà comune. Se volessimo davvero “un’altra Europa”, le nostre libertà ci offrono ogni mezzo utile a questo scopo.

Nella sua riflessione sull’Europa è molto critico con la Francia, il suo paese: perché?

La colpa principale è dei francesi. È la Francia che nel 1954 ha rifiutato la creazione di una Comunità europea della difesa, la Ced, che avrebbe fatto poggiare l’unità europea su una difesa e su istituzioni politiche comuni, su un’alleanza politica e democratica destinata a opporsi all’Unione sovietica e i cui obiettivi sarebbero stati assolutamente comprensibili. I gollisti non vollero saperne perché temevano di consegnare l’Europa agli Stati Uniti. I comunisti si opposero perché difendevano gli interessi sovietici. E così l’unità europea ha dovuto intraprendere il cammino trasversale del libero scambio e della politica agricola comune, elementi essenziali ma che non hanno mai suscitato l’entusiasmo delle masse. Gli europei erano favorevoli al mercato comune ma sostanzialmente ne ignoravano il funzionamento.L’unità è stata costruita lontano dai popoli, in un negoziato tra i governi, ed è entrata nella vita quotidiana delle persone solo dopo l’avvento dell’euro, quando i criteri di convergenza tra i paesi della moneta unica, i criteri di Maastricht, hanno imposto riduzioni del debito e del deficit, trasformando l’Unione in una pillola amara che nessuno voleva inghiottire. Questo è il principale motivo dell’attuale disamore per l’Europa, ma ce ne sono altri.

Ad esempio?

Oggi gli occidentali hanno paura di tutto, vedono emergere seri avversari economici e temono di perdere il controllo del mondo. E dunque, in definitiva, per dare un segno di speranza a coloro che credono nell’Europa, e sono molti, ancora la maggioranza, bisogna dire che, dopo oltre sessant’anni, la nostra unità è più che un’ambizione: è qualcosa di indispensabile per la nostra sopravvivenza sulla scena internazionale. Ma per seguire questa strada ci serve un nuovo inizio.

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