Futuro Ue: giocare la carta della cultura. E alle elezioni scegliere candidati “per”

I timori che da più parti accompagnano le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 sono fondati, ma eccessivi. Fondati perché esistono sintomi diffusi di un cancro che sta debilitando i tessuti delle nostre democrazie, il populismo; eccessivi perché l’appuntamento elettorale europeo sarà una buona occasione per arginare i rigurgiti nazionalisti, limitandone la presenza all’interno del Parlamento di Strasburgo.

Nel libro conversazione con padre Bartolomeo Sorge, Perché il populismo fa male al popolo, si evidenzia come la costruzione dell’Unione europea abbia bisogno di perfezionarsi, ma il rinnovamento a cui tendere non va nella direzione dei sovranismi. Da un lato riconosciamo che, nel corso della storia più recente, l’eccessiva burocratizzazione dell’Ue, il prevalere della politica dell’austerità, la disunione tra gli Stati membri e il loro arroccamento dinanzi a problemi nuovi e drammatici – primo fra tutti quello delle migrazioni – hanno messo a nudo l’impreparazione e i limiti delle strutture europee. Dall’altro non possiamo far finta di non vedere i traguardi di pace, civiltà e benessere impensabili fino a qualche decennio fa.

Ora, di fronte a un mondo sempre più frammentato e multipolare, all’ascesa della Russia e della Cina, abbiamo bisogno di un’Unione europea sempre più unita, che torni a essere “comunità”, che sappia ridefinire i connotati di una governance impavida e salda su tante questioni: dal rafforzamento dell’integrazione politica alla lotta al cambiamento climatico (sulla quale è bene non dimenticare che l’Ue è stata pioniera), dalla coesione sociale all’integrazione delle persone migranti.

C’è di più. In un passaggio del libro, Sorge cita Jean Monnet, tra i padri fondatori dell’Unione europea: «Se l’Europa fosse da rifare – disse poco prima di morire – comincerei dalla cultura»; infatti, spiegava, «noi non coalizziamo gli Stati, noi uniamo gli uomini».

La cultura è la carta da giocare, in queste settimane che ci separano dal voto europeo, e nei prossimi anni per un rinnovamento etico della nostra casa comune europea. Non lasciamoci intimorire dal dialogo e dal pluralismo, non accettiamo semplificazioni improbabili e fantasiose, non permettiamo che la propaganda elettorale ci stordisca. Cogliamo ogni occasione propizia per tornare a legami sociali autenticamente umani, per (in)formarci e sviluppare un pensiero aperto e critico, per capire come scegliere candidati “per” un’Europa più unita e non “contro” tutti i mali (per lo più presunti) che derivano dall’Ue.

Raccontando la sua storia, Michelle Obama afferma che per lei le elezioni sono sempre state «un rituale salutare da eseguire con coscienza ogni volta che ve n’era l’opportunità». Lasciamo che la nostra sensibilità democratica renda il prossimo appuntamento del 26 maggio un “rituale salutare”!

Chiara Tintori

coautrice, con padre Sorge, del volume Perché il populismo fa male al popolo

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