Europa, valori, umanesimo: a chi ispirarsi per riprendere il cammino

Tutti contro l’Europa. Un’Europa caricaturale, facile bersaglio di populisti in versione 2.0 e di vecchi nazionalisti. L’Europa dei tecnocrati. Di Bruxelles. Delle quote latte e dei regolamenti a favore (o contro) l’allevamento di suini. L’Europa dei contabili e di funzionari come quelli descritti dal romanziere austriaco Robert Menasse, che «quando nominavano la “cultura”, lo facevano con il tono che avrebbe usato un broker di Wall Street parlando di un parente bislacco con l’hobby della “numismatica”» (R. Menasse, La capitale, Sellerio, 2018, p. 43). Un’Europa senz’anima. Gretta. Capro espiatorio ideale di ogni malcontento. L’esatto contrario del sogno da cui sarebbero nate la Comunità e poi l’Unione europea.

Il mito, l’arte, l’Europa.Eppure, già nel nome di Europa è scritto un altro destino, un’altra funzione. Nel mito greco, Europa è la ninfa «dagli occhi grandi» o «dallo sguardo ampio», rapita da Zeus in sembianze di toro.

«Questa etimologia, che non è l’unica possibile, ha un indubbio valore simbolico», scrive lo storico dell’arte Victor I. Stoichita. «Essa interroga lo spazio dello sguardo, dell’immagine e dell’arte nella costituzione dell’identità e della diversità europee».
Nella lezione inaugurale del Collège de France, il 25 gennaio 2018, Stoichita, titolare della Cattedra europea affidata ogni anno a studiosi di nazionalità diversa, prende le mosse dal mito di Europa e da un dipinto di Tiziano, Europa sopra il Tauro (1559-1562), per analizzare i prestiti, i calchi, le imitazioni di forme e di simboli da una cultura all’altra, da un universo artistico all’altro. Già Aby Warburg aveva fatto della «trasmigrazione dei simboli» l’oggetto principale della ricerca iconologica immaginando l’Atlante Mnemosyne, reticolo di figure, di riferimenti incrociati, di corrispondenze, da leggere come un grande repertorio della nostra cultura visiva. Perché al cuore stesso dell’idea di Europa vi è il superamento delle frontiere: culturali, mitologiche, religiose, simboliche. E non c’è nulla più dell’arte che renda visibile l’aspirazione all’universalismo inclusivo dell’ideale europeo: pur nella differenza delle soluzioni formali e degli stili, Dürer e Mantegna, Caravaggio e Rembrandt, Antonello da Messina e Jan van Eyck parlano lo stesso linguaggio, condividono lo stesso deposito di simboli, le stesse metafore. Senza dimenticare la prima lingua franca del continente, che non è il latino, ma il romanico, a cominciare dai cosiddetti secoli bui, quando «la terra, scrollandosi di dosso la sua vecchiaia, sembrò rivestirsi di un bianco mantello di chiese», secondo la bella immagine di un monaco di quel tempo, Rodolfo il Glabro. Arte monastica e poi cittadina, il romanico si è sviluppato lungo le vie dei pellegrinaggi transnazionali (e già europei): si pensi soltanto al Camino di Santiago che ha contribuito a forgiare la nostra identità.

Cristianesimo, illuminismo…Ma non ci sono soltanto le arti visive, c’è qualcos’altro, ormai così familiare che dimentichiamo le sue origini e il suo ruolo nella diffusione di una cultura e di un sentire comuni. L’Europa è lo spazio in cui è nato il romanzo, la forma letteraria che chiamiamo romanzo, con Rabelais, Cervantes e Laurence Sterne, autore dell’irresistibile Tristram Shandy(1759), che per le sue digressioni e per la sua struttura è anche il primo anti-romanzo (Denis Diderot se ne ispirò per Jacques le fataliste, 1784).

Anni fa, quando infuriava il dibattito sulla Costituzione europea e sulle “radici cristiane” dell’Europa, lo storico Jean Delumeau provò a rispondere con una formula sintetica alla classica domanda: «Ma in fondo che cos’è l’Europa?».

«L’Europa», mi disse in un’intervista, «è il cristianesimo più l’illuminismo». Detto altrimenti, l’universalismo cristiano e un’idea di tolleranza, quella dei Lumi, i diritti umani e la razionalità scientifica, un ethos, più che un’etica, di libertà.

Forse si può aggiungere che essa è anche l’epica e il mito dei Greci, le luci di al-Andalus e dei filosofi arabi quando l’Occidente era ancora nelle tenebre, è l’eredità di Gerusalemme, dei suoi profeti e dei suoi sapienti. È il disincanto di Montaigne e il riso di Rabelais, la honra, l’onore per cui combattedon Chisciotte, anche contro i mulini a vento, l’esistenzialismo cristiano di Miguel de Unamuno che smaschera l’insensatezza dei tiranni e l’osceno paradosso di chi grida «¡Viva la muerte!», l’utopia di Thomas More, più che mai attuale, al tempo della Brexit. 

«Homo omnium orarum», e non di tutte le stagioni, come è stato detto con superficialità, politico battagliero e, nello stesso tempo, contemplativo, More aveva disegnato per la sua isola che non c’è un paradigma del buon governo, un laboratorio ideale, una paradossale repubblica retta da un re filosofo, un luogo dove «la floridezza dell’uno soccorre alla povertà dell’altro» e i cui abitanti hanno «in ispregio l’oro e l’argento» e con questi metalli fabbricano, anzi, vasi da notte e «oggetti destinati agli usi più vili». Non una società perfetta, tirannica come tutte le società «perfette», bensì un mondo alla rovescia, dove «ognuno può seguire la religione che più gli piace», puntando a «rinsaldar la propria» con la sola arma della «persuasione», «senza adoperare la violenza o gli insulti verso le altre». Il contrario, insomma, del comunitarismo, delle identità esclusive e potenzialmente assassine. Un’utopia possibile. Come quelle di un altro grande umanista, suo amico, Erasmo da Rotterdam. Erasmo, cui è stata intitolata una delle iniziative più feconde degli odiati tecnocrati di Bruxelles, lo scambio che coinvolge ogni anno migliaia di giovani studenti universitari e che più di ogni altro provvedimento contribuisce alla formazione di uno spirito e di una cittadinanza europei.

L’umanista europeo.Erasmo, dunque. Nel «notturno d’Europa», come lo chiama Carlo Ossola in un libro prezioso (C. Ossola, Erasmo nel notturno d’Europa, Vita e Pensiero, 2015, pp. 134), è la guida più fidata. Ieri, con le lotte tra i prìncipi, le guerre di religione, le rivolte dei contadini represse con la spada e col fuoco; oggi, con le nuove tentazioni autoritarie, le politiche della paura, le chiusure nazionalistiche, il rifiuto dell’accoglienza. Esitante, dubbioso, Erasmo è l’anti-Machiavelli, diceva Norberto Bobbio. È l’autore che ai prìncipi cristiani consiglia prima di tutto una condotta virtuosa: saranno realmente vittoriosi soltanto se capaci di vincere l’avarizia, la sete di possesso, l’arroganza, l’ira. Un’anguilla sfuggente, secondo Lutero, che non riuscì a convertirlo alla propria causa. Del resto, «Erasmus dubitat, Lutherus asseverat», si diceva dei due negli anni della Riforma. E se Lutero è impetuoso, Erasmo è dipinto da alcuni come un buonista ante litteram, un uomo che apprezza più di tutte la mansuetudo, la mitezza, virtù preziosa anche in questi tempi di cattivismo ostentato, esibito come trofeo da politici con o senza felpa.

Nemico di ogni fanatismo e di ogni nazionalismo, considerava il mondo come patria comune. «Non è né inglese, né francese né tedesco, tanto meno italiano», nota N. Bobbio. «È europeo. Europeo perché cristiano» (N. Bobbio, «Erasmo, l’Europa della pace. Il sogno irrealizzato dell’anti-Machiavelli», La Stampa, Torino, 31 marzo 1996, p. 23). Sempre in viaggio, dall’Olanda a Basilea, dall’amico Frobenius (che curava e stampava i suoi libri), da lì a Torino, dove nel 1506 conseguì il titolo di dottore in teologia, poi a Lovanio e a Londra, dal carissimo Thomas More, amava definirsi un peregrinus, libero da gabbie politiche e religiose, fiero di appartenere all’unica aristocrazia che contasse ai suoi occhi, quella degli uomini di studio, degli umanisti che, attingendo all’eredità classica, coltivavano il pensiero critico, ponevano le basi per il rifiorire delle bonae litterae e di nuovi modelli educativi.   

«Erasmo ci appare in alcuni momenti come un uomo nonabbastanza forte per il suo tempo», scrive lo storico Johan Huizinga, suo compatriota. «In quelrude XVI secolo, la durezza di quercia di Lutero eranecessaria come il rigore ferreo di Calvino e l’ardore di Loyola» (J. Huizinga, 1941. Trad. it.: Erasmo, Einaudi, 2002, p. 234). Ma che fare della «mitezza vellutata» di Erasmo? Che fare, insomma, dei suoi tentennamenti, delle sue incertezze, della sua querela pacis, in secoli come i nostri che più di ogni altra cosa sembrano amare la guerra?

Così poco realistico è il suo realismo cristiano, così poco in linea con la furbizia della gente di mondo, così poco politico. Eppure, dopo la carneficina della prima grande mondiale, dopo la tragedia della Shoahe il male assoluto del nazismo, dopo la «pulizia etnica» nell’ex Jugoslavia, dopo Srebrenica e Sarajevo, la saggia follia erasmiana è uno dei pochi antidoti al risorgere dei fanatismi e alla voglia di fascismo alimentata dai nuovi tribuni.

Ha ragione Lucien Febvre, che fu tra gli iniziatori della Nouvelle histoire, storia delle idee e delle mentalità, della cultura materiale, storia totale sottratta alla dittatura dell’avvenimento e non più intesa come catalogo di guerre e di trattati di pace: quando il barometro della storia annuncia il temporale in arrivo, è utile rivolgersi a Erasmo. Erasmo? «Non certo un eroe. Un profeta ancora meno. Un piccolo uomo fragile. Che non alza mai il tono della voce. Ma che è di buon consiglio quando il tempo volge alla tempesta. Quando la gioventù sogna di imprese frenetiche, di conquiste del mondo, di sconvolgimenti catastrofici e di gloria. Quando durante mesi e mesi, curvi, bisogna aspettare che la tempesta passi, mormorando, durante tutto questo tempo, con i suppliziati della ballata di Aragon: Ô vous qui fabriquez des morts, / Vous ne serez pas les plus forts…, “Voi che fabbricate morti / Voi non sarete i più forti”» (L. Febvre, «L’Érasme d’Huizinga», pref. a J. Huizinga, Érasme, Gallimard, 1955, pp. 15-16).

L’Europa incompiuta, in cui ogni minoranza potrà riconoscere la patria comune, l’Europa come realistica utopia, dovrà ricominciare da qui. Anche riscoprendo l’umorismo di Sterne, il riso liberatorio di Rabelais, il mondo alla rovescia di More. 

«Una risata vi seppellirà», era scritto sui muri nei nostri Anni ’70. Chi sa se vale anche oggi per gli Orbán, i Salvini, le Le Pen e quanti all’Europa dallo sguardo ampio sembrano preferire l’orizzonte ristretto delle chiusure nazionalistiche, gli slogan  bellicosi che avrebbero fatto inorridire Erasmo.

Piero Pisarra

[articolo apparso sulla rivista “Appunti”, gentilmente concesso per iovoto.eu]

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