Dramma Notre Dame, scelta Brexit: vicini a Parigi, distanti da Londra

Brucia, a Parigi, la cattedrale di Notre Dame. E le fiamme che salgono dallo splendido e antico monumento cristiano, risvegliano la coscienza spirituale – un po’ assonnata – della Francia e dell’Europa. D’un tratto si ritrova unità attorno a un simbolo universale: volto di Parigi (prima e più ancora della Torre Eiffel), cuore del cattolicesimo francese. E prende forma un moto internazionale, una volontà diffusa e solidale; mano tesa verso la diocesi di Parigi e il governo transalpino. La ricostruzione sarà – questa almeno la promessa risuonata all’indomani del rogo del 15 aprile – senza frontiere, con aiuti che giungeranno dalle casse dello Stato francese, dai portafogli dei cittadini con una raccolta volontaria, dalle donazioni nelle chiese di Francia e d’Europa, da sovvenzioni provenienti dagli altri continenti. 

Il rogo di Parigi, un dramma che unisce soprattutto l’Europa: al di là delle consuete scaramucce politiche, dei distinguo d’ogni genere che oggi attraversano il continente malato di “sovranismo”.

Da Parigi a Londra. Il passo ora è breve: con il treno ci si arriva in un’ora attraverso il tunnel della Manica.

E proprio a Londra lo scenario è diverso. Il Regno Unito, che ha imboccato la strada del Brexit con il referendum del 2016, si trova in mezzo al guado. Governo e Parlamento – lacerati al loro interno quanto lo sono i partiti nazionali, i media e la società nel suo complesso – non sono capaci di assumere una decisione degna di questo nome. Così la premier Theresa May è costretta periodicamente a fare tappa a Bruxelles per invocare dai 27 Stati Ue una proroga per il “recesso”: l’ultima ottenuta sposta l’asticella fino al 31 ottobre 2019 (il che potrebbe obbligare gli inglesi, paradossalmente, a rimanere nell’Unione altri lunghi mesi e ad eleggere i loro eurodeputati a Strasburgo). I britannici vogliono uscire dalla “casa comune” ma non sanno come fare, si rendono conto della decisione affrettata di tre anni fa, misurano tutti i problemi e gli svantaggi concreti che s’impongono a un’isola ancora più isolata.

Qui, all’ombra di Westminster, altro grande monumento europeo, simbolo di democrazia storica, solida e matura, il nazionalismo ha vinto; ha prevalso, per mille e più ragioni, il “leave”, l’abbandono, il voltare le spalle agli Paesi europei. “Prima ci siamo noi…”. Che assomiglia molto all’“America first” di Trump, alla politica muscolare e militare di Putin, agli irrigidimenti antidemocratici e illiberali dei vari Orban o Erdogan.

Solo simboli, solo sensazioni. Forse. Ma mentre la solidarietà in genere produce buoni frutti, l’egoismo – che in politica prende il nome di nazionalismo o sovranismo – germina altro egoismo, alimenta le chiusure reciproche, e storicamente porta al conflitto: politico, commerciale, talvolta armato.

Nel dramma di Notre Dame ci sentiamo dalla parte dei parigini. Nella divisiva scelta del Brexit non riusciamo a strizzare l’occhio agli inglesi. 

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