C’era una volta (e forse c’è ancora) il principio di solidarietà…

«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto». Così si legge nella Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, atto di nascita del processo di integrazione europea. I padri fondatori posarono quindi come prima pietra proprio il principio di solidarietà economica e sociale. Successivamente, pur tra alterne affermazioni, la solidarietà ha acquisito un’importanza nodale nella trama istituzionale dell’Unione europea, la quale le riconosce lo status di valore universale, accanto a dignità umana, libertà ed uguaglianza (art. 2, Trattato dell’Unione europea, Tue). Il principio di solidarietà ricorre più volte nel Trattato di Lisbona (intesa talvolta come solidarietà intergenerazionale, altre volte come solidarietà tra Stati e individui o ancora come solidarietà orizzontale tra individui e, infine, come solidarietà tra Stati membri), intitola il Capo IV della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, ispira la Carta sociale europea. Sul piano giuridico, non vi è dubbio che il principio sia riconosciuto quale regola base dei rapporti di cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione europea: l’art. 80 del Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Ue) afferma addirittura che in materia di immigrazione e asilo «le politiche dell’Unione e la loro attuazione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario». Eppure, nonostante ciò, la solidarietà sembra essere la “cenerentola” tra i principi e i valori che ispirano e animano concretamente le politiche europee nonché l’azione dei governi nazionali in settori chiave quali lavoro, previdenza, salute, politiche sociali, immigrazione. Emblematico è il rimpallo di responsabilità che si scatena ogni volta che una nave soccorre in mare i migranti naufraghi. La coesione sociale è minata duramente da “muri” fisici e ideali che mettono persone e popoli gli uni contro gli altri. Le fratture sembrano prevalere sui legami, la logica della chiusura e dello scontro sembra avere il sopravvento. Dunque, che fare? Tornare sicuramente alle radici. Se guardiamo alla storia europea, la solidarietà intesa come asse portante dell’organizzazione sociale ha conosciuto momenti di forte difficoltà, persino di eclisse ma è riemersa costantemente proprio in tempo di crisi. Per ricomporre fratture e disuguaglianze, magari per compensare gli effetti di politiche restrittive o, come accaduto recentemente, per far fronte comune di fronte a episodi di violenza e di attacco di natura terroristica. In definitiva, se guardiamo all’etimologia della parola, solidarietà è sostegno reciproco, al modo in cui ogni parte di un solido è retta e tenuta salda da tutte le altre: nessuna si ritrova sola nel vuoto. Una società solidale è una comunità solida, che non perde pezzi. Ieri, come oggi, la solidarietà è una pratica che forma e riforma i legami e produce un’attitudine cooperativa lì dove sembra scomparsa. Ecco che allora in queste settimane che ci separano dall’appuntamento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo dobbiamo ritrovare e ridirci le ragioni per cui vale la pena essere uniti: prima di tutto, stare insieme conviene. Nel 1950, cercando di risollevarsi dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale e determinati a impedire il ripetersi di un simile terribile conflitto, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse – per citare ancora Schuman – «non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Si pensava, giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito a innalzare i livelli di vita e sarebbe stato il primo passo verso un’Europa più unita. E oggi? Se nel solido si apre una crepa, ne va di tutta la struttura. Così è della nostra Unione, casa e destino comune per tutti noi.

Sara Martini

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